Home Blog Page 22

A Piano di Sorrento arrivano i fichi dottati del Cilento

Domani, domenica 11 luglio 2021,  Antonio Rizzo con la moglie Teresa a partire dalle ore 9:00 saranno presenti nel mercato ortofrutticolo di Piano di Sorrento.

A Piano di Sorrento arrivano i fichi dottati del Cilento

Antonio Rizzo e sua moglie Teresa sono piccoli produttori di Prignano Cilento, dove da secoli si coltivano i fichi dottati, meglio conosciuti come fichi bianchi del Cilento, che Plinio il Vecchio già vantava come uno dei migliori a seccare.

La ricetta tradizionale più nota realizzata con i fichi monnati è il capocollo di fico monnato: i frutti essiccati vengono aperti, distesi, ricoperti con diversi ingredienti come mandorle o noci, cannella, chiodi di garofano, bucce di limone o mandarino ed infine arrotolati a forma di capocollo. Tagliato a fettine è un raffinato dessert da servire a tavola con un passito, o ancora meglio accompagna bene i gelati, creme dolci o i diversi formaggi tra i quali molto bello l’abbinamento con il Provolone del Monaco DOP.

Un’iniziativa dei Mercati della Terra di Slow Food

L’iniziativa dei Mercati della Terra di Slow Food porta nelle città i piccoli produttori che aderiscono alla filosofia del buono, pulito e giusto, con tutte quelle particolarità che difficilmente si possono trovare sugli scaffali dei supermercati e degli ortofrutta cittadini.

Al mercato ortofrutticolo di Piano di Sorrento si potranno trovare anche  i pani e le farine sannite di grano di saragolla, le verdure estive degli orti stabiesi, sorrentini, le famose le cipolle di Alife, i ricercati fagioli di Controne, le olive ammaccate cilentane, i succhi di melograno da Avellino, le confetture di frutti di bosco, gli oli extravergine dai diversi distretti campani, i limoni sorrentini, le nocciole di Giffoni, le uova fresche da Montechiaro, i mieli di arancia e di millefiori prodotti nei giardini più belli della penisola sorrentina a picco sul mare, i formaggi freschi di Tramonti e finalmente i pomodori di Sorrento nella loro stagione per una profumata caprese estiva.

Per informazioni: mercato@slowfoodcostierasorrentina.it

 

Trekking “leggendario” a Montepertuso

Montepertuso è una frazione di Positano, perla della Costiera Amalfitana.  Il nome della frazione non è casuale. Il Monte Gambera (o Monte Pertuso), infatti, presenta un buco proprio al centro (“pertuso” in dialetto napoletano significa “buco).

Secondo la leggenda in quel luogo ebbe a verificarsi un forte contrasto tra la Madonna e il Diavolo. Fu la Vergine Maria a generare quel foro sfiorando la montagna con il suo dito indice.

La leggenda di Montepertuso

Si narra che nelle grotte del Monte Gambera un tempo vivessero alcuni uomini giunti dall’Oriente.

Il Diavolo desiderava mostrare agli abitanti del luogo le sua forza bucando la montagna, ma nonostante diversi tentativi, non riuscì nel suo intento. La Vergine Maria, invece, sfiorando appena la montagna con il  suo dito indice, aprì un varco in essa attraverso il quale il Diavolo precipitò in basso. A dare sostegno alla leggenda una roccia posta ai piedi del Monte Gambera in cui è ben visibile impressa la forma di un serpente, quella che il Diavolo assunse durante la caduta.

Lo scontro avvenne durante la notte. Gli abitanti del luogo furono risvegliati da un forte boato e da una luce bianca ed accecante al centro della quale videro una giovane donna che disse loro:  “Non abbiate più paura. Il Demonio è stato maledetto ed i suoi sforzi contro questo monte sono finiti, perché distrutto è lo spirito maligno. Resti del suo corpo a forma di serpente si trovano all’altro versante della roccia viva.”

Oggi, sulla parte alta di Montepertuso sorge il tempio dedicato alla Vergine delle Grazie proprio di fronte al monte con il foro. Ogni anno, il 2 Luglio, la leggendaria disputa fra la Vergine Maria ed il Demonio viene rievocata; in onore della Madonna Delle Grazie, il borgo di Montepertuso si illumina a festa. Funzioni religiose, giochi di luci, suoni e proiezioni rallegrano il borgo.

Trekking tra miti e leggende

Montepertuso è anche il luogo ideale per praticare trekking in Costa d’Amalfi. Diversi sentieri, infatti, consentono di giungere al “buco” del Monte Gambera. La fatica per raggiungere il leggendario luogo è ripagata dalla vista di un panorama di impareggiabile bellezza.

Lungo il percorso, molto suggestivo ed accattivante, è possibile imbattersi in greggi al pascolo. La produzione di formaggi e derivati del latte è una delle principali risorse della zona.

A promuovere la bellezza di questi luoghi è I Love Costiera, un motore di ricerca che riunisce e pone in risalto tutte le notizie relative alle singole città, ma anche tutte le notizie relative alle strutture ricettive, ristorative e turistiche della zona.

I Love Costiera consente anche  di scaricare la guida della Costiera Sorrentina e della Costiera Amalfitana, fornendo uno strumento essenziale al fine di pianificare al meglio i giorni di vacanza da trascorrere in costiera.

 

 

 

 

 

 

.

 

 

Snorkeling e diving in Costiera

Snorkeling e diving in Costiera – Per gli appassionati di sport marini e subacquei, i fondali del tratto costiero che va da Sorrento a Positano offrono emozioni uniche. Maschera, pinne e respiratore per immergersi in un vero e proprio “mare di scoperte”.

La Costiera vanta acque ricchissime di bellezze e tesori nascosti. I fondali sono ricchi di vegetazione e offrono dimora a tante diverse specie di pesci come  cernie, scorfani e ricciole, ma anche polipi, murene e piccoli pesci che si muovono sempre in branco. Naturalmente la presenza di scogli contribuisce ad arricchire la flora e la fauna marina.

Molto ricca e variegata anche la vegetazione. Presenti l’attinia,  meglio conosciuta come “pomodoro di mare” e i ricci di mare (in dialetto chiamati “angin”) che possono essere raccolti, in alcuni momenti dell’anno. I ricci sono alla base di tante gustose ricette locali.

Snorkeling, dove praticarlo

Una delle zone più ricche di flora e fauna marina si trova a largo di Positano dove gli appassionati possono immergersi ed ammirare diverse calette e grotte tutte da esplorare

Spingendosi verso l’Isola di Capri interessanti sono anche la Grotta Verde e la Grotta Bianca. Anche le caratteristiche isole dei Galli costituiscono un’altra location da esplorare sott’acqua.

Si tratta di fondali che offrono esperienze uniche per via dell’eccezionale concentrazione di biodiversità e della ricchezza di specie che popolano le acque più superficiali, tanto da spingere gli appassionati di sport acquatici a partire anche da molto lontano pur di vivere questa esperienza.

Snorkeling e diving in Costiera

Diving, fondali ricchi di vita e di colori

Anche gli appassionati di diving  trovano nella Costiera un’area che offre grandi esperienze. In primis per via dell’area marina protetta di Punta Campanella, un vero e proprio acquario naturale.  Grotte, anfratti, cavità, secche in mare aperto, dove la corrente e la presenza di piccolo pesce azzurro favoriscono il passaggio di tonni e ricciole. E ancora anemoni di mare e esemplari di pinna nobilis. Sui fondali più profondi praterie di poseidonia.

I fondali della Baia di Ieranto celano un mondo ricco di vita e di colori: 260 specie censite, tra quelle stanziali, quelle che visitano la zona periodicamente e quelle che si affacciano di tanto in tanto nella baia, come tartarughe, tonni, delfini. Una ricca biodiversità favorita dal cosiddetto fenomeno dell’upwelling. la risalita d’acqua degli strati più profondi che, grazie ad un continuo apporto negli strati superficiali di nutrienti, contribuisce ad arricchire la varietà di flora e fauna.

Fondali, dunque per tutti i gusti, atti a soddisfare qualunque interesse subacqueo: fotografico, naturalistico, speleologico e anche archeologico.

 

 

 

 

 

.

 

 

Il fascino della Costiera Sorrentina che ha ispirato poeti e musicisti

“Vide ‘o mare quant’è bello, spira tanto sentimento, comme tu a chi tiene mente, ca scetato ‘o faje sunnà.” (Vedi il mare quanto è bello, ispira molto sentimento, come te a chi osservi, che pur sveglio fai sognare). È la prima strofa di “Torna a Surriento”, la canzone composta da Ernesto De Curtis, divenuta un successo internazionale.

Il fascino della Costiera Sorrentina

Il fascino della Costiera Sorrentina ha da sempre incantato tutti e ispirato molti. Se Ernesto De Curtis nel 1894 componeva la celeberrima “Torna a Surriento” interpretata nei secoli da tantissimi artisti di fama internazionale, da Elvis Presley a Luciano Pavarotti, anche altri autori hanno voluto sottolineare attraverso la loro arte la infinita bellezza della costiera sorrentina.

Nasceva così, ad esempio, nel 1986 “Caruso”, il brano del cantautore bolognese Lucio Dalla, che inizia con queste parole: “Qui dove il mare luccica, e tira forte il vento, su una vecchia terrazza, davanti al golfo di Surriento”.

Bellezza e nostalgia trasuda dal testo di Dalla per il litorale campano che ha per spina dorsale la catena dei Monti Lattari che digrada fino a Punta Campanella.

Passeggiare tra i vicoletti

La Costiera Sorrentina è famosa in tutto il mondo. Ogni anno milioni di turisti provenienti da ogni parte del mondo accorrono per trascorrere dolci momenti in un tratto di costa di suggestiva e di rara bellezza paesaggistica e naturalistica. Tra le aree naturali vanno sicuramente annoverate la Baia di Ieranto dalle acque cristalline e quella marina di Punta Campanella inserita nel patrimonio WWF, caratterizzata, oltre che dalla bellezza paesaggistica, anche dalla presenza di un’antica torre d’avvistamento saracena.

Per godere al meglio la bellezza di questi luoghi è consigliabile perdersi tra i vicoletti delle varie città che compongono la costiera seguendo i profumi della ricca tradizione enogastronomica, fermandosi davanti alle botteghe degli artigiani locali e meravigliandosi di quanta storia si possa respirare solo passeggiando in questi luoghi.  Seguendo i sentieri interni, a tratti, sembrerà di essere giunti in paradiso per i panorami di ineguagliabile bellezza e l’aria dolce che profuma di agrumi.

Sorrento è tra tutte una delle mete più ambite. Oltre alla dolce vita e alla mondanità, di grande interesse alcuni monumenti e alcuni edifici storici come l’imponente Cattedrale in stile romanico, la Chiesa dei Santi Felice e Baccolo e la Chiesa di San Francesco con il bellissimo Chiostro di San Francesco arricchito da un giardino ricco di alberi e fiori colorati.

Per tutti i gusti

La Costiera Sorrentina offre tantissime soluzioni. Gli sportivi, oltre a cimentarsi lungo i sentieri di Monte Faito e della catena dei Monti Lattari che conducono a luoghi di rara bellezza, possono trascorrere le proprie giornate facendo escursioni in barca e immersioni subacquee. Molti sono i fondali marini che meritano di essere esplorati come quelli al largo di Massa Lubrense dove è possibile avvistare lo scoglio del Vervece o quelli di Nerano dove potere ammirare le sue grotte sottomarine.

Per chi predilige la cultura, ci sono luoghi intrisi di storia. Uno fra tutti i Bagni della Regina Giovanna dove la sovrana di Napoli (Giovanna D’Angiò) soleva fare il bagno tra il 1371 ed il 1435 (si vocifera insieme ai suoi numerosi amanti).

Gli amanti della buona cucina troveranno locali e ristoranti rinomati in tutta la costiera. Specialità di mare, ma anche specialità casearie dei Monti Lattari. Vere ghiottonerie per i palati più raffinati.

 

 

Mare pulito in Campania – Ben 19 Bandiere Blu

Bandiere Blu 2021 in Campania – Ben 19 bandiere blu, spiagge e approdi turistici al top.

Bandiere Blu, Campania prima regione del Sud Italia

La Campania risulta essere la seconda regione in Italia per Bandiere blu, dopo la Liguria. Con 19 bandiere blu (una in più rispetto allo scorso anno) la Campania è la prima regione del Sud Italia.

Di seguito l’elenco delle spiagge Bandiera Blu 2021 in Campania

Provincia di Napoli

Anacapri: Faro/Punta Carena, Gradola/Grotta Azzurra;
Massa Lubrense: Baia delle Sirene, Marina del Cantone, Marina di Puolo, Recommone;
Piano di Sorrento: Marina di Cassano;
Sorrento: Marina Grande, San Francesco;
Vico Equense:  Bikini, Scrajo Mare, Marina di Vico, Marina di Seiano Ovest Porto, Capo La Gala.

Provincia di Salerno

Agropoli: Licina, Lungomare San Marco, Torre San Marco, Trentova, Spiaggia libera Porto;
Ascea: Piana di Velia, Torre del Telegrafo, Marina di Ascea;
Capaccio: Licinella, Varolato/La Laura/Casina D’Amato, Foce Acqua dei Ranci;
Camerota: Cala Finocchiara e San Domenico;
Casal Velino: Lungomare/Isola, Dominella/Torre;
Castellabate: Lago Tresino, Marina Piccola, Cala Pozzillo/San Marco, Punta Inferno, Ogliastro;
Centola: Marinella, Palinuro (Porto/Dune e Saline);
Montecorice: Baia Arena, Capitello, Agnone, San Nicola;
Pisciotta: Ficaiola, Torraca/Gabella, Fosso della Marina, Petracciaio, Marina Acquabianca;
Pollica: Acciaroli, Pioppi;
Positano: Spiaggia Grande, Arienzo, Fornillo;
San Mauro Cilento: Mezzatorre;
Sapri: San Giorgio, Cammarelle;
Vibonati: Villammare, Santa Maria Le Piane, Oliveto.

I Comuni bandiera Blu 2021 in Campania

Provincia di Napoli

Vico Equense
Piano di Sorrento
Sorrento
Massa Lubrense
Anacapri

Provincia di Salerno

Positano
Capaccio
Agropoli
Castellabate
Montecorice
San Mauro Cilento
Pollica
Casal Velino
Ascea
Pisciotta
Centola
Camerota
Vibonati
Sapri

Gli approdi bandiera blu 2021 in Campania

Provincia di Napoli

Sudcantieri (Pozzuoli)
Porto Turistico di Capri (Capri)
Yachting Santa Margherita (Procida)
Cala degli Aragonesi (Casamicciola)

Provincia di Salerno

Marina D’Arechi (Salerno)
Porto Turistico di Agropoli (Agropoli)
Marina di Acciaroli (Pollica)
Marina di Casal Velino (Casal Velino)
Porto Turistico di Palinuro (Centola)
Marina di Camerota

 

Atrani, tanta bellezza in formato “concentrato”

Percorrendo la meravigliosa strada della Costiera Amalfitana, oltre a godere di scorci panoramici dalla bellezza mozzafiato spaziando con lo sguardo dal blu cobalto delle acque del Mar Tirreno al verde della lussureggiante vegetazione che caratterizza i Monti Lattari, ci si imbatte in luoghi dalle caratteristiche davvero uniche.

In un susseguirsi di luoghi incantevoli con i loro promontori, spiagge e profumate terrazze coltivate ad agrumi,  troviamo uno dei paesi della Costiera Amalfitana che vanta uno straordinario record nazionale, quello di essere il comune più piccolo d’Italia. Si tratta di Atrani che, pur essendo piccolo piccolo, si mostra in tutta la sua bellezza, tanto da esser stato annoverato tra i Borghi più belli d’Italia.

Costiera Amalfitana, “piccoli” grandi record

Atrani misura solo 0,12 km quadrati. E’ dunque una vera bomboniera! Una bomboniera particolarmente affollata se si considera che in quest’oasi felice vivono circa 850 persone. Doppio record dunque per Atrani. Con i suoi 0,1206 km² Atrani è infatti, non solo il più piccolo comune italiano per superficie, ma anche il comune con maggiore densità di popolazione della provincia di Salerno.

Passeggiate, escursioni, trekking,  mare

Al borgo di Atrani, Enzo del Pizzo ebbe a dedicare una bellissima poesia in dialetto napoletano dal titolo “Atrani è nu presepio” i cui versi sottolineano la bellezza del luogo, ma anche il fatto che il comune si presenti in un formato, potremo dire, “concentrato”.

Impossibile non restare estasiati passeggiando tra i vicoli e le stradine che si snodano dalla piccola piazzetta che dirottano lo sguardo del visitatore su case colorate  che sembrano abbracciarsi ed archi che delimitano ogni angolo.

Risalendo poi i vicoli dalla piazzetta principale, si procede verso i monti con la possibilità di raggiungere i bellissimi paesi vicini come Ravello, Scala, Pontone che sono davvero “a un tiro di schioppo”. La stessa Amalfi può essere raggiunta a piedi percorrendo una strada particolarmente panoramica.

Una bellissima spiaggia caratterizzata da sabbia e ghiaietto offre pace e ristoro agli amanti del mare. La baia, ovviamente, è minuscola, ma il fascino del panorama circostante è davvero imperdibile. Le case colorate, la chiesa con la cupola maiolicata e le caratteristiche arcate della tortuosa statale contribuiscono ad arricchire il quadro del panorama costituendone una meravigliosa cornice.

Cosa vedere ad Atrani

La piazzetta principale, cuore della cittadina, è il luogo di incontro di tutti, turisti di tutto il mondo e gente del posto. E’ il luogo in cui ci si rilassa gustando una delle rinomate specialità o bevendo qualcosa sostando ai tavolini dei bar e ristoranti.

Nella piazzetta campeggia la Chiesa di San Salvatore de’ Birecto dove ebbe a svolgersi l’incoronazione dei duchi durante il periodo della Repubblica di Amalfi. Molto apprezzati il suo orologio, la sua porta in bronzo e la sua scalinata.

Incastonata nella parete rocciosa, l’antica Cappella di Santa Maria del Bando è raggiungibile attraverso una lunga e ripida scalinata. Un po’ faticoso il percorso, ma decisamente suggestivo il panorama. Assolutamente da visitare anche la Collegiata, situata sul promontorio che domina il borgo.

Ad Atrani è legata anche una parte della storia di Tommaso Aniello, meglio conosciuto come Masaniello. Secondo la tradizione Masaniello nel tentativo di sfuggire ai soldati del viceré di Napoli, ebbe a rifugiarsi in una grotta poco distante la casa materna (Masaniello era per metà atranese). E’ possibile visitare ed ammirare la casa-grotta di Masaniello che si trova, tra l’altro, accanto alla Collegiata. Si tratta pur sempre di una leggenda, ma è storicamente accertato che la casa poco distante appartenesse alla famiglia materna di Masaniello.

Il Sentiero degli Dei, un solo itinerario, tante suggestioni

La Costiera Amalfitana è costellata di luoghi unici e straordinari. Per gli amanti del trekking c’è davvero soltanto l’imbarazzo della scelta. Si passa dalla lussureggiante vegetazione che caratterizza la straordinaria Riserva Naturale della Valle delle Ferriere al blu più intenso dell’incontro tra cielo e mare dello spettacolare Sentiero  degli Dei.

Se nella Valle delle Ferriere incontrerete “chiare, fresche e dolci acque” come direbbe Petrarca, lungo il Sentiero degli Dei sarete costantemente affiancati da una spettacolare vista mare.

Il Sentiero degli Dei, riparo di Ulisse

Il Sentiero degli Dei deve il suo nome non solo alla suggestiva bellezza del luogo, ma anche alle numerose leggende legate ad esso. Secondo una di queste leggende Ulisse avrebbe trovato riparo proprio in questo luoghi evitando di cadere vittima del canto delle sirene. C’è addirittura chi racconta che in quei luoghi, chi ha un animo particolarmente sensibile, possa udire il rumore della nave di Ulisse in fase di approdo.

Naturalmente, oltre alla sensibilità, occorre fantasia ed anche ispirazione. Il Sentiero degli Dei, negli anni, ha ispirato diversi poeti e letterati. Italo Calvino, ad esempio, ha descritto il Sentiero degli Dei come “quella strada sospesa sul magico golfo delle “Sirene” solcato ancora oggi dalla memoria e dal mito”. Questa superba descrizione campeggia su una targa in ceramica posta proprio all’inizio del percorso.

Terrazzamenti e guglie di roccia

Diciamo subito che il percorso, seppur non particolarmente lungo (8 km circa) non è per tutti. E’ infatti sconsigliato a chi soffre di vertigini essendo in gran parte costituito da guglie di roccia e terrazzamenti a strapiombo sul mare. Naturalmente, dato il clima che caratterizza la costiera,  è consigliato impegnarsi nel percorso durante le stagioni più dolci: in primavera o in autunno.

Il percorso meno impegnativo è quello che parte dalla frazione di Bomerano (Agerola), prosegue per Nocelle, fino a Positano, cioè partendo dall’alto verso il basso (circa 650 metri sul livello del mare).

Un luogo incontaminato

Il Sentiero degli Dei è un luogo incontaminato. La bellezza del luogo non è stata profanata in alcun modo. In alcune delle sue grotte sono stati ritrovati molti fossili marini. Tra queste, la Grotta del Biscotto  (524 m. s.l.m.) che deve il suo nome alla particolare conformazione geologica della roccia. Essa, infatti, ricorda vagamente il pane biscottato tipico di Agerola.

Tutto intorno è un fiorire continuo di macchia mediterranea e se si è particolarmente fortunati, è possibile scorgere in cielo la sagoma del falco pellegrino.

Il Sentiero degli Dei è uno dei percorsi più belli ed affascinanti d’Italia. La sua fama è meritata. Il percorso è ben marcato con segnavia e cartelli. In un solo itinerario si attraversano tante suggestive ambientazioni: pareti e grotte, terrazzamenti coltivati, ruderi di antiche abitazioni, tratti boscosi, scorci mozzafiato.

  • Difficoltà: media
  • Lunghezza: 8 km
  • Tempi di percorrenza: circa 4 ore e mezza

Boschi, ruscelli e cascate: le meraviglie della Valle delle Ferriere

La Costiera Amalfitana, oltre ai bellissimi scorci di mare e alle rinomate tradizioni enogastronomiche offre la possibilità di andare alla scoperta di luoghi unici, come ad esempio la straordinaria Riserva Naturale della Valle delle Ferriere.

Boschi, ruscelli, cascate, una ricchissima e variegata vegetazione, ruderi di ferriere di origine medievale e di mulini azionati ad acqua (quelli che un tempo venivano impiegati per la produzione della pregiata carta d’Amalfi). Un’escursione per tutti, per amanti del trekking, ma anche per neofiti. Il percorso è, infatti, meraviglioso e non particolarmente impegnativo. Dura circa tre ore. Più che attività sportiva, possiamo definirla una meravigliosa passeggiata nella natura della costiera amalfitana.

Un luogo unico

Dire che la Valle delle Ferriere è un luogo unico, non è affatto un’esagerazione. La Valle, infatti, vanta una posizione particolare grazie alla quale è stata possibile la conservazione di uno speciale microclima subtropicale, habitat esclusivo di una felce gigante risalente al periodo pre-glaciale, la Woodwaria radicans, divenuta simbolo della Valle.

La Riserva ospita anche la piccola pianta carnivora Pinguicola hirtiflora, ormai in estinzione. Oltre alla flora, la Valle è popolata anche da diverse specie animali tra le quali spicca la salamandra con gli occhiali.

La Valle delle Ferriere: Il percorso

L’escursione prevede due percorsi. Uno più panoramico, di media difficoltà, con partenza da Campidoglio, della durata di circa di 4-5 ore. L’altro, con partenza da Pontone, frazione Scala, adatto a tutti, della durata di circa 3-4 ore.

Partendo dalla piazza del borgo di Pontone, occorre percorrere una mulattiera seguendo il percorso principale. Oltrepassato un arco e un antico presepe, basterà avventurarsi per una scalinata ed un sentiero per addentrarsi nella valle.

I più sportivi possono raggiungere un percorso alternativo che conduce alla Riserva Integrale dove crescono e vengono protetti con apposite recinzioni i rari esemplari di Woodwardia radicans (felce gigante). Si tratta di un percorso abbastanza breve, ma più impegnativo di quello principale, che comporta anche l’attraversamento del torrente su di un tronco di legno posizionato a modi ponte, magari non adatto ai bambini.

Trattandosi di un microclima unico e di specie vegetali rare viene raccomandato il rispetto assoluto dell’ambiente.

L’escursione con partenza da Pontone termina al centro di Amalfi. Dopo aver attraversato diversi limoneti ci si ritrova dinanzi all’imponente Duomo di Sant’Andrea e al meraviglioso mare della costiera amalfitana.

Il centro cittadino di Amalfi è il luogo ideale per rifocillarsi. Questi luoghi offrono non solo panorami mozzafiato e suggestivi sentieri, ma vantano una ricchissima tradizione enogastronomica. Oltre alla degustazione di latticini tipici della zona, una giornata ad Amalfi è l’occasione per un wine tasting, un lemon tour, visite guidate e la consumazione di cibi preparati con ingredienti a Km zero presso le diverse aziende agricole della zona.

E dopo un caffè, un limoncello e un’irresistibile delizia a limone, si torna a casa più felici di prima. Garantito!

 

 

 

 

Da Castrum Lucullanum a Castello Marino a Castel dell’Ovo

A Napoli finchè c’è l’ovo c’è speranza. Non è un modo di dire, “l’ovo” è realmente simbolo di speranza per i napoletani. Ma di quale “ovo” stiamo parlando? Sicuramente di quello custodito all’interno del imponente castello che sorge su Megaride, l’isolotto di tufo costituito da due faraglioni uniti tra da un arco naturale.

Il castello più antico della città di Napoli

Castel dell’Ovo è il castello più antico della città di Napoli ed è sicuramente quello che insieme al golfo di Napoli con i pini mediterranei in primo piano e il Vesuvio alla spalle è lo scorcio panoramico che maggiormente rappresenta la città e che maggiormente ritroviamo su quelle che un tempo erano le cartoline postali.

Si trova tra i quartieri di San Ferdinando e Chiaia, di fronte a via Partenope e risale addirittura al I secolo a.C. quando Lucio Licinio Lucullo acquistò nella zona un grosso fondo. Sull’isola di Megaride Lucullo costruì una splendida villa, dotata di una ricchissima biblioteca, di allevamenti di murene e di alberi di pesco importati dalla Persia.

C’è da dire che all’epoca le pesche erano considerate un’assoluta novità così come le ciliegie, i cui alberi Lucullo fece arrivare da Cerasunto (ecco perché in napoletano le ciliegie vengono chiamate “cerase”).

La villa prese il nome di Castrum Lucullanum e il sito mantenne questo nome fino all’età tardo romana. L’area acquistata da Lucullo pare si estendesse dalla collina di Pizzofalcone all’attuale Piazza Municipio ed era pregna di aree verdi e fontane.

Durante il medioevo il castello fu fortificato per fronteggiare le invasioni barbariche e nel 1400, dopo la distruzione dovuta alla guerra tra re Carlo III e Giovanna I, fu ricostruito perdendo l’originaria architettura.

La leggenda di Castel dell’Ovo

Da Castrum Lucullanum a Castello Marino, fino a Castel dell’Ovo. Da dove ha origine questo nome così curioso? Come tante cose legate al passato, anche il nome del castello più antico di Napoli ha origine da una fantasiosa leggenda.

Secondo la leggenda il grande poeta latino Virgilio sarebbe stato in possesso di un uovo incantato. L’uovo sarebbe stato sistemato dallo stesso Virgilio in una caraffa di vetro colma d’acqua protetta da una gabbia di ferro ed appesa ad una trave di quercia nei sotterranei del castello.

Finché l’uovo non si fosse rotto, la città ed il castello sarebbero stati protetti da ogni tipo di calamità. L’uovo, quindi, fu ben nascosto affinché non fosse oggetto di razzia da parte dei predatori.

Ma come faceva Virgilio ad essere in possesso di un uovo incantato? A questo punto fa la sua apparizione Partenope, la sirena che insieme alle sue sorelle Ligia e Leucosia, tentarono con il loro canto di incantare e far naufragare Ulisse.

Secondo la leggenda Partenope, dopo il fallimento di Ulisse, lasciandosi andare alla deriva, restò impigliata tra gli scogli di Megaride, e lì, prima di morire ed essere sepolta, depose un uovo.

Fino ad oggi nessuno ancora ha ritrovato l’uovo. Il destino del Castello e dell’intera città di Napoli è ancora legato a quell’uovo.

(foto pubblica sui social)

Un campanile più basso della chiesa

Piazza Santa Croce (meglio nota come “miez ‘a parrocchia) rappresenta il centro cittadino di Torre del Greco. A dominare la piazza è la Basilica di Santa Croce con il suo caratteristico campanile.

Campanile testimone di un glorioso passato

Balza agli occhi immediatamente l’enorme differenza tra lo stile della chiesa e quello del campanile, ma soprattutto si resta sorpresi nel constatare che il campanile, oltre ad avere uno stile architettonico diverso, è più basso della chiesa. Perché?

Anche questa volta l’artefice è il Vesuvio e precisamente una delle sue eruzioni, quella del 1794. Ma partiamo dall’inizio.

La chiesa, inizialmente dedicata all’Invenzione della Santa Croce di Gesù, fu eretta agli inizi del XVI secolo. Poco prima del 1600 si diede, poi, inizio alla costruzione del campanile che fu terminato solo nel 1740 nell’interezza dei suoi tre piani.

La chiesa così come fu costruita venne però completamente distrutta  dall’eruzione del 15 giugno 1794. L’eruzione rase al suolo buona parte della città. Il campanile, invece, rimase indenne, o meglio parte di esso rimase indenne.  Il primo dei tre piani fu ricoperto e sepolto dalla lava.

San Vincenzo Romano, ‘o prevet faticator

Fu anche grazie al vice parroco Vincenzo Romano (oggi San Vincenzo Romano, a seguito della santificazione avvenuta nel 2018 durante il pontificato di papa Bergoglio) che ebbe inizio la edificazione della nuova chiesa.

Don Vincenzo Romano partecipò in prima persona alla costruzione della nuova chiesa che fu progettata in stile neoclassico e consacrata il 3 maggio del 1827.

Grazie al suo incessante lavoro Don Vincenzo Romano si guadagnò dalla popolazione locale l’appellativo di “Prevete faticatore” (“il prete lavoratore”).

La nuova chiesa venne su più grande e maestosa della precedente ed essendo una parte del campanile originario rimasta sepolta dalla lava, è questo il motivo per cui esso appare più basso rispetto alla chiesa.

Percorsi di Lava

Da diversi anni, alla Basilica di Santa Croce è legato un percorso sotterraneo  visitabile grazie alle guide di “Percorsi di Lava”.

“Le grotte di Santa Croce” furono scavate proprio per la ricostruzione della Basilica. Gran parte del materiale fu reperito dal sottosuolo. Durante la seconda guerra mondiale detti cunicoli furono poi utilizzati come rifugi per sfuggire ai bombardamenti. Gli anziani ne parlano chiamandoli “ricoveri” e sono davvero tante le “storie dei ricoveri”.

Il vecchio tempio distrutto dal torrente di fuoco del Vesuvio

Sul portale centrale della nuova chiesa vi è una lapide marmorea sulla quale campeggia la scritta: ”Questo nuovo tempio in onore della S.Croce del N.S. Gesù Cristo sopra le rovine del vecchio tempio distrutto dal torrente di fuoco del Vesuvio il 15 giugno 1794 gli Ercolanesi (cioé i Torresi), innalzate le preci al cielo, per ammirabile provvidenza di Dio, costruirono. Nell’anno del Signore 1827“.

Nella cappella dell’Immacolata della Basilica di Santa Croce è esposta ai fedeli la la statua della Vergine Maria, protagonista della solenne processione che si svolge ogni anno nel giorno dell’8 Dicembre.

(foto pubblica sui social)

Procida, isola dell’Amore

Procida è un’isola tra le più belle e caratteristiche, ricca di colori, di tradizione, di suggestivi scorci panoramici, di storia e di leggende. Appena un mese fa è stata proclamata Capitale della Cultura 2022, arrivando in finale con Ancona, Bari, Cerveteri , L’Aquila , Pieve di Soligo (Treviso), Taranto , Trapani , Verbania Lago Maggiore e Volterra.

Rispetto a tante altre isole, Procida ha conservato un fascino particolare,  per aver saputo mantenere quasi inalterata la  sua identità mediterranea, tanto da essere stata in passato ed anche tutt’oggi luogo di ispirazione per scrittori, poeti, artisti e registi.

Proprio da una storia autobiografica narrata da uno scrittore e poeta francese, Procida viene considerata l’isola dell’Amore.

Graziella

Il poeta e scrittore Alphonse De Lamartine (Mâcon, 21 ottobre 1790 – Parigi, 28 febbraio 1869), durante un viaggio in Italia approdò a Procida dove rimase folgorato dalla bellezza e dalla semplicità di una giovane isolana. La giovane si chiamava Graziella ed era la nipote di uno dei pescatori dell’isola. L’amore tra il poeta e la giovane isolana nacque sullo sfondo romantico dell’isola, ma per una serie di vicissitudini, i due non riuscirono a vivere il loro amore.

Dalla storia d’amore vissuta da Lamartine ne uscì fuori il romanzo “Graziella”  nel quale viene raccontata la storia d’amore con la bella procidana.

La Sagra del Mare

Dal 1939, ogni anno, in estate, a Procida si celebra la Sagra del Mare per ricordare Graziella, la ragazza procidana che si innamorò del poeta francese. Ogni anno viene cercata nel volto della ragazze procidane (in età compresa tra i 14 e i 21 anni) la bellezza mediterranea di Graziella.

Le ragazze per l’occasione indossano preziosi abiti antichi – il tipico costume procidano particolarmente sfarzoso e quindi poco probabile dal punto di vista storico, essendo Graziella una ragazza di umili origini.

La vincitrice non viene scelta solo in base a canoni estetici, ma anche morali. La Graziella, infatti, non deve possedere solo evidenti tratti mediterranei, ma deve essere profondamente legata al mare e al suo uomo.

Graziella attese tutta la vita Lamartine che, dopo il loro incontro, ripartì per la Francia con la promessa di tornare a Procida. La promessa non fu mantenuta e Graziella, prima di morire scrisse una lettera al poeta nella quale comunicava il suo stato di salute che, purtroppo, non le avrebbe dato scampo, e chiese di non essere dimenticata mai. In suo ricordo e in segno di amore eterno, nella lettera, Graziella inserì una delle sue trecce. Lamartine conservò gelosamente quella lettera e il ricordo di quell’amore che non ritrovò mai più, in nessun’altra donna.

Oltre Alphonse De Lamartine tanti altri scrittori, artisti e registi hanno trovato tra le stradine assolate di Procida la loro ispirazione come Elsa Morante che, nel 1957, ambientò a Procida il suo celebre romanzo “L’isola di Arturo” e più recentemente Lorenzo Marone che in uno dei suoi ultimi romanzi descrive alla perfezione il silenzio delle ore calde dopo pranzo, lo stile di vita degli isolani, l’architettura tipicamente mediterranea, il fascino delle cose immutate nel tempo.

Sull’isola sono stati girati anche tantissimi film, tanto che passeggiando tra le stradine si possono scorgere le location di tantissime pellicole come “Plein Soleil” con Alain Delon, “Francesca e Nunziata” con Sofia Loren e Giancarlo Giannini, “Il Postino” con Massimo Troisi e Philippe Noiret, “Il Talento di Mr Ripley” con Matt Demon solo per citare quelle più recenti.

Garum e colatura di alici

Il 2021 è l’anno della consacrazione della Colatura di Alici di Cetara DOP. Lo scorso ottobre, infatti, si è concluso l’iter che ha portato all’approvazione del prestigioso riconoscimento.

Occorrono minimo nove mesi di maturazione delle alici nei terzigni e nelle botti di legno per ottenere il prezioso liquido ambrato e ciò significa che l’arrivo sugli scaffali della Colatura di Alici di Cetara versione DOP avverrà proprio durante quest’anno.

Una lunga storia

La colatura di alici di Cetara ha origini antichissime. Il prodotto, in realtà, veniva chiamato con un altro nome, ma le affinità con il condimento dei nostri giorni sono davvero tantissime.  Gli antichi greci la chiamavano “Garon” da “garos” (alici); gli antichi romani, invece, la chiamavano “Garum”.Già negli scritti di Plinio si parla del Garon (o Garo) come di una prelibatezza senza eguali.

Nei pantagruelici pranzi degli antichi romani, il Garum non doveva mai mancare. Il liquido veniva conservato in anfore e veniva utilizzato per condire principalmente piatti a base di carne e di verdura.

Esistevano, in epoca romana, diverse produzioni. Quella di maggior pregio era sicuramente il “Garum excellens” ottenuto dalle alici e dalle ventresche di tonno.

Furono però alcuni monaci che predicavano in costiera amalfitana a lavorare le alici e a ricavarne quella che poi divenne la colatura. Il successo del prodotto fu immediato. La voce sulla sua bontà si diffuse rapidamente presso gli abitanti dei paesi vicini e presso gli altri conventi. Nacquero così tante piccole produzioni casalinghe. Ma inizialmente si trattava di una salsa, non di un liquido. Solo successivamente si capì che filtrando la salsa si poteva ottenere un prodotto ancora più pregiato. Ebbe così origine la colatura di alici di Cetara.

Colatura di alici, dalle case dei pescatori ai ristoranti stellati

Il prezioso liquido dal colore ambrato e dal sapore forte e deciso  è uno dei presidi Slow Food. In passato la colatura di alici di Cetara  veniva utilizzata nelle case dei pescatori per condire gli spaghetti, al posto delle vongole veraci.

Negli anni il prodotto ha avuto diverse occasioni di riscatto e dalle case dei pescatori, anche grazie alla sua versatilità, è finita tra i fornelli degli chef stellati.Offre collane da donna popolari come ciondoli, girocolli e collane a catena. Acquista gioielli in una varietà di metalli e pietre preziose adatti a ogni occasione

La colatura d’alici viene utilizzata soprattutto come condimento della pasta, ma anche per insaporire altre pietanze come la scarola per la pizza ripiena o altre verdure saltate in padella con olio, aglio e peperoncino, come broccoli, bietole, spinaci. Da molti viene utilizzata anche come condimento per pomodori, olive e uova. Ne bastano poche gocce per trasmettere alle preparazioni un sapore davvero unico.

Se pensate di trascorrere una vacanza in Costiera Amalfitana avete la possibilità non solo di sedervi a ristorante e gustare un piatto di spaghetti condito con la colatura, ma anche quella di visitare i laboratori artigianali dove viene prodotta e venduta la colatura di alici di Cetara. Un modo per conoscere meglio la storia, il procedimento per la preparazione e l’utilizzo del prodotto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E’ nato il Distretto Agroalimentare di Qualità del Limone Costa d’Amalfi IGP

Imprenditori agricoli locali, Coldiretti Salerno, Consorzio di Tutela, Parco dei Monti Lattari, Piccoli Campi e OP Costieragrumi, questi i soggetti che si sono uniti perché il sogno di valorizzazione, tutela e sviluppo del Limone Costa d’Amalfi diventasse una realtà.

limone costa d'amalfi IGP

Obiettivo la tutela del Limone Costa d’Amalfi IGP 

“Coinvolgere le imprese agricole dei tredici comuni e rafforzare la competitività è tra gli obiettivi del distretto. Come Parco Regionale dei Monti Lattari non potevamo che aderire con entusiasmo ad un progetto che diventa chiave per la Costa d’Amalfi”. ha detto Tristano Dello Joio, Presidente del Parco Regionale dei Monti Lattari  –“Si tratta di un risultato importante che ci permette di proseguire e potenziare il lavoro svolto fino ad oggi, il prossimo passo sarà anche l’aggiornamento del Piano di Distretto“.

Tra i compiti del nascente Distretto Alimentare ci sono anche:

  • la promozione di iniziative nell’ambito del settore agricolo, zootecnico, turistico, storico-culturale, ambientale, enogastronomico, nell’interesse comune dei consorziati.
  • il monitoraggio e l’aggiornamento del Piano di Distretto.
  • l’istituzione di opere che favoriscano il miglioramento della fruibilità delle risorse generate dalle filiere agroalimentari, nonché in generale per la promozione e lo sviluppo socio-economico dell’area del Distretto.

Prodotto d’eccellenza

Il “Limone Costa d’Amalfi” IGP è un prodotto di eccellenza dalle caratteristiche molto pregiate: aroma e profumo intensi grazie alla ricchezza di oli essenziali e terpeni (carattere ritenuto di pregio per la produzione del liquore di limoni), polpa succosa e moderatamente acida, scarsa presenza di semi. Da studi rcondotti dall’Università degli Studi di Napoli Federico II si è venuti a conoscenza che questa varietà di limone è tra le più ricche in assoluto in acido ascorbico (vitamina C).

La Cassa Armonica, gioiello e vanto di Castellammare di Stabia

Di indiscussa eleganza, in stile liberty di ispirazione ispano-moresca, si erge sontuosa in Corso Giuseppe Garibaldi, in un tratto della Villa Comunale della Città delle Acque. Gioiello architettonico e vanto della città di Castellammare di Stabia, la Cassa Armonica è un elemento di arredo urbano di grande attrattiva, nato come “chiosco della musica”, per ospitare cioè concerti e spettacoli musicali all’aperto.

La storia

Progettata dall’ingegnere Eugenio Cosenza, fratello del noto archeologo Giuseppe Cosenza, il padiglione fu consegnato al Comune di Castellammare di Stabia il 28 Aprile del 1900.

Nel 1909 andò distrutta a seguito di una libecciata. Nel 1911 fu ricostruita (l’incarico fu affidato allo stesso ing.Cosenza), ma ne venne abbassata l’altezza, ne vennero addolcite le forme e soprattutto venne realizzato uno sfiatatoio in cima affinché, evitando l’effetto “vela”, resistesse alle intemperie.

Anche a causa di atti vandalici, negli anni sono stati necessari ulteriori restauri come quello effettuato nel maggio del 1987.

Che cos’è una Cassa Armonica?

La funzione della Cassa Armonica è quella di amplificare i suoni e potenziare la qualità acustica dei concerti all’aperto. In quella stabiese, al di sotto del piano di calpestio è posta una campana acustica che, insieme alla particolare conformazione degli elementi di copertura, garantisce una resa musicale eccellente, ampia e precisa.

Purtroppo, con il tempo, tale capacità è andata assottigliandosi, ma la Cassa Armonica di Castellammare di Stabia ha ospitato, nel corso degli anni musicisti ed orchestre di valore nazionale ed internazionale.

Entro quest’anno potrebbe essere aperto il cantiere per un nuovo restauro della Cassa Armonica al fine di restituirle la sua originaria funzione e la sua dignità dal momento che necessità anche di un restyling strutturale.

Sarà una  grande gioia vedere la Cassa Armonica magnifica come un tempo, con le sue scalinate in marmo, le sue dodici colonnine, gli archi e gli arabeschi in ferro battuto, i suoi meravigliosi vetri policromi e il suo piano di calpestio nuovamente popolato da prestigiose orchestre, cori e solisti.  Uno strumento di grande attrattiva per la città che richiama alla mente un’epoca di grande splendore di cui l’intera area vesuviana necessità di riscoprire e rivivere.

 

 

 

 

Piennolo, spongilli, presepi e leggende

Avete fatto il presepe? Il Bambinello, San Giuseppe, la Madonna, il Bue, l’Asinello, i Magi, Benino, la stella cometa e il piennolo.

Sì, a Napoli e dintorni nel presepe ci va anche il piennolo, il caratteristico grappolo di pomodorini del Vesuvio (spongilli), uno dei prodotti più antichi e tipici dell’agricoltura campana, D.O.P. dal 2009.

Appeso fuori alla bottega del pizzicagnolo o sul balcone dove una donna stende i panni o abbassa il paniere, il piennolo è un elemento che non manca mai nelle rappresentazioni della nascita di Gesù.

Che cos’è il piennolo?

Con il termine di Piennolo si indica il grappolo di pomodorini del Piennolo del Vesuvio DOP che viene conservato appeso con fili di spago a pareti o soffitti. “Piennolo” deriva appunto da “pendolo”.

Si tratta di un prodotto unico di colore rosso vivace, dalla buccia spessa e dalla polpa soda e compatta. Sono pomodorini che non danno molto sugo perché  crescono sui terreni aridi del vulcano dove il sole li prosciuga conferendo loro unicità. Questa particolare varietà di pomodoro, infatti, può essere coltivata solo ed esclusivamente alle pendici del Vesuvio.

Conservati con la tecnica del piennolo i pomodorini si conservano per quasi un anno. Vengono, infatti, raccolti dai campi all’inizio dell’estate, per poi formare con essi dei grossi grappoli. Appesi in locali con adeguata temperatura e umidità, i grappoli di pomodorini si conservano fino all’inverno o addirittura fino alla primavera successiva.

Da prodotto contadino a prodotto gourmet

Negli ultimi anni, il Pomodorino del Piennolo che da sempre era stato semplicemente l’elemento principe degli spuntini dei contadini i quali durante le pause nei campi usavano schiacciarlo sul pane condendolo con un  filo d’olio, sale e basilico, è diventato un prodotto ricercato e gourmet.Sfoglia i nostri occhiali sponsorizzati dai partner, con una varietà di opzioni per soddisfare ogni gusto e budget, disponibili per l’acquisto online

Si è riscoperto il valore del prodotto e soprattutto che la tecnica di conservazione è tra le più salutari. Per la sua versatilità, il pomodorino del Vesuvio si adatta ad una moltitudine di preparazioni. Sono ottimi da soli, in insalata, sulla pizza, insieme alla pasta e ad altre preparazioni a base di pesce.

Le leggende legate al piennolo

Al piennolo sono legate anche alcune leggende. Una riguarda il suo colore vivace. La leggenda narra che il suo colore “ardente” sarebbe opera del Vesuvio, poiché le sue radici si nutrirebbero della lava del vulcano.

Un’altra leggenda narra che Lucifero creò Napoli servendosi di un pezzo del Paradiso, ma il suo tocco rese infertili i terreni. Gesù, dispiaciuto per quanto accaduto, iniziò a piangere. Le sue lacrime caddero sulle pendici del Vesuvio, rendendo l’arida terra vulcanica fertile e produttiva. Su quelle pendici nacquero i vigneti del Lacryma Christi e tutte le altre produzioni tipiche dell’area vesuviana così come quella degli “spungilli.”

Oggi con abiti di lusso

Oggi il piennolo, confezionato in maniera elegante (scatole di velluto e/o trasparenti, grafiche ben studiate)  è uno dei regali maggiormente apprezzati durante le festività natalizie.

 

 

 

 

 

 

 

 

Scoglio di Rovigliano, tanto piccolo, ma tanto ricco di storia

Nel Golfo di Napoli, al confine tra Torre Annunziata e Castellammare di Stabia, alla foce del fiume Sarno, si erge un piccolo isolotto che custodisce grandi storie. Si tratta dell’Isolotto di Rovigliano, meglio conosciuto come Scoglio di Rovigliano.

Lo Scoglio di Rovigliano ha una struttura geologica simile a quella dei Monti Lattari. L’ipotesi più accreditata è che l’isola sia la cima di un’antica montagna sprofondata a seguito della collisione della placca africana con quella euroasiatica.

Scoglio di Rovigliano: Miti e leggende

Allo Scoglio di Rovigliano sono legati diversi miti e leggende. La leggenda più nota è sicuramente quella di Ercole, secondo la quale l’eroe greco, di ritorno dalla Spagna, prima di fondare le città di Ercolano e Stabiae, avrebbe staccato la cima del monte Faito, scagliandola in mare. La cima di Monte Faito dunque sarebbe l’isolotto di Rovigliano sul quale sono ancora oggi presenti i resti di un tempio dedicato ad Ercole.

Singolare è anche la storia del fantasma di Donna Fulgida. Si narra che quando l’Italia meridionale fu invasa dai Longobardi,  le truppe di soldati giunte a Torre Annunziata furono quelle guidate dal Conte Orso, condottiero che aveva preso in sposa la bellissima Donna Fulgida.

Il Conte, insieme alla moglie e al figlio Miroaldo trovarono alloggio nel castello che si ergeva sull’isolotto di Rovigliano.

Un giorno però giunsero nel Golfo di Napoli quattro navi saracene che sconfissero le truppe guidate dal Conte. Il Conte fu ferito ed impiccato. Il figlio Miroaldo fu catturato e fatto schiavo. Donna Fulgida, che aveva tentato di difendere il marito facendogli scudo con il proprio corpo, venne trafitta da una lancia e lasciata morire sugli scogli.

La leggenda vuole che lo spirito di donna Fulgida ogni notte vaghi per gli scogli di Rovigliano cercando invano il suo sposo e suo figlio. Durante le sue apparizioni uno stormo di gabbiani le volerebbe intorno come in una sorta di macabra danza.

La storia più recente

L’origine del nome “Rovigliano” potrebbe essere attribuita al nome di una famiglia romana oppure al console Rubelio, proprietario dell’isolotto. Secondo altre interpretazione, invece, il termine potrebbe derivare da una leguminosa molto simile alla cicerchia che un tempo cresceva abbondante nella zona.

Nel corso dei secoli il castello dello Scoglio di Rovigliano ha visto numerosi cambi di destinazione: residenza privata, monastero, fortezza. Nel 1861, con l’avvento dell’Unità d’Italia, lo Scoglio venne ceduto al demanio e successivamente venduto a privati.

Tra gli anni 40/50 i coniugi Raffaele Malafronte e Francesca Iovene, capostipiti della famiglia Malafronte installarono sullo Scoglio le prime palafitte di quello che sarebbe diventato il rinomato stabilimento balneare Bagno Nuovo Rovigliano.

Oggi l’isolotto è completamente disabitato, ma anche nello stato di abbandono in cui si trova, per la singolarità delle storie ad esso legate ed anche per la sua posizione geografica, rappresenta un prezioso scrigno che ben si affianca alle più celebri isole del Golfo di Napoli Capri, Ischia e Procida.

Baia della Regina Giovanna, un suggestivo e spettacolare tuffo nella storia

Baia della Regina Giovanna – A Capo Sorrento, si trova una baia quasi interamente circondata dalla scogliera, collegata al mare solo da un’insenatura nella roccia, un arco naturale da cui passano i raggi solari.  Racchiuse tra le scogliera, le acque color smeraldo di questa baia costituiscono una vera e propria piscina naturale. Oltre alle bellezze naturali, la baia è anche un suggestivo sito archeologico dal momento che nel 2.000 a C. era frequentata dagli antichi romani. Sul promontorio, infatti, si ergono i resti di un’antica villa romana del I sec. a.C. (Villa Pollio Felice, illustre esponente di una nobile famiglia di Pozzuoli) i cui ruderi possono essere visitati raggiungendo la struttura sia da terra che da mare. Stiamo parlando della Baia della Regina Giovanna.

Bagni della Regina Giovanna, un’immersione tra storia e leggenda

La spettacolare baia prende il nome da Giovanna d’Angiò che tra il 1371 ed il 1435, pare amasse trascorrere in questo luogo la sua villeggiatura. Voci di popolo, ma anche numerose fonti storiche riferiscono che la sovrana amasse particolarmente quel posto non solo per le bellezze naturali, ma anche perché quel luogo paradisiaco le offriva la possibilità di incontrarsi ed appartarsi con i suoi numerosi amanti.

Si racconta, infatti, che la regina napoletana amasse intrattenersi nuda in queste acque in compagnia dei suoi giovani amanti. Ma la sovrana non era solo focosa, era anche spietata e come una mantide religiosa, dopo aver dato sfogo alla sua libidine, si liberava dei suoi amanti gettandoli dalla scogliera.

Come raggiungere i Bagni della Regina Giovanna

I Bagni della Regina Giovanna sono raggiungibili via terra percorrendo un sentiero che parte da Capo di Sorrento. Una piacevole passeggiata di circa 15/20 minuti  che conduce ad una scogliera a picco sul mare, dove si ergono i resti dell’antica villa. La baia è raggiungibile attraverso una piccola scalinata.

Il panorama è mozzafiato e il luogo è piuttosto suggestivo, oltre che incantevole, ma occorre procurarsi delle scarpette di gomma, perché dinanzi a quelle acque così cristalline sarà impossibile non immergersi ed il fondale è costituito prevalentemente da ciottoli.

Pur essendo abbastanza appartata la spiaggia, soprattutto in piena estate, accoglie numerosi bagnanti, desiderosi di immergersi in quelle acque fresche e trasparenti e godersi uno dei panorami più belli del golfo, che includono Napoli e le isole Capri, Ischia e Procida.

Naturalmente la baia è raggiungibile anche via mare e se non si dispone di un’imbarcazione privata, esistono diversi tour tra i quali poter scegliere, da quelli adatti agli sportivi che includono l’attività di snorkeling a quelli più romantici come una crociera al tramonto con happy hour.

Pane, Amore e…

Nel 1955, presso la baia della Regina Giovanna sono state girate le scene del film “Pane, Amore e…”.La Baia, infatti, nel film è il luogo dell’incontro clandestino tra Sophia Loren e Vittorio De Sica. Le altre scene del film sono state girate in penisola sorrentina, in particolare a Marina Piccola di Sorrento.

 

“Fratiell e surelle”, un’antica tradizione stabiese

Non tutti conoscono un’antichissima e singolare tradizione stabiese. Si tratta di “Fratiell e surelle”, un atto di fede nei confronti della Immacolata Concezione che si tramanda di generazione in generazione.

Fratiell e surelle “‘o Rusario ‘a Madonna! ogge è ‘a primma stella d’ ‘a Madonna”

Ogni anno, a partire dal 26 novembre, per 12 giorni consecutivi, fino all’8 dicembre, in diversi rioni stabiesi si sente riecheggiare, alle prime ore del mattino, un canto che altro non è che una novena alla Vergine Maria.

Ad ogni sorgere del sole, il cantore, accompagnato da un piccolo corteo,  intona un antico canto in cui i giorni vengono chiamati “stella” (probabilmente in riferimento alle stelle della corona indossata dalla Vergine Maria).

“Fratiell e surelle,‘o Rusario ‘a Madonna! ogge è ‘a primma stella d’ ‘a Madonna!” (Fratelli e sorelle, il Rosario alla Madonna, oggi è la prima stella della Madonna) è il canto intonato il primo giorno e poi, “a seconda stella, a terza stella” e così via fino ad arrivare al giorno dell’Immacolata in cui il canto inizia così:

“Fratiell e surelle,‘o Rusario ‘a Madonna! Ogge è ‘o nommo bello d’ ‘a Madonna!” (Fratelli e sorelle, il Rosario alla Madonna. Oggi è il giorno in cui ricorre il nome della Madonna).

Origini di Fratiell e surelle

Si narra che questo atto di fede nei confronti della Madonna sia nato dal voto fatto da un pescatore (tale Luigi detto “Chiavone”) rimasto incappato in mare a causa di una furiosa tempesta. Il pescatore, unico superstite dell’equipaggio, temendo di morire, promise alla Vergine Immacolata che se gli avesse salvato la vita, le avrebbe dedicato ogni anno una Novena.

Grossi falò

Oltre al canto, la sera del 7 dicembre, il giorno della vigilia della festa dell’Immacolata Concezione, in diversi quartieri di Castellammare di Stabia era usanza (negli ultimi anni è stato vietato) accendere grossi falò perché sempre secondo la tradizione, fu grazie alla presenza dei fuochi sulla costa che il marinaio riuscì a raggiungere la terraferma.

Secondo un’altra versione, invece, i fuochi richiamerebbero il falò che venne acceso sulla spiaggia per riscaldare il marinaio infreddolito miracolosamente  scampato alla tempesta.

Fratiell e surelle: Il valore della gratitudine

Fratiell e surelle è la voce di un popolo, di una città che nonostante le ferite inferte, continua ad avere fede, continua ad avere la speranza di un futuro migliore e soprattutto che conosce il valore della gratitudine.

Negli ultimi anni però, in merito a questa antica tradizione sono sorte numerose polemiche. I cittadini stabiesi non rinnegano la tradizione, ma lamentano il fatto che a risvegliarli non è solo ed esclusivamente il canto, ma il frastuono di petardi e degli strumenti di bande musicali di paese, elementi aggiunti negli anni dagli organizzatori delle novene di quartiere.

Petardi e bande musicali alle 4 del mattino, beh! una vera sfida per la pazienza di tanti. Siete d’accordo?

 

San Catello di Castellammare di Stabia

San Catello di Castellammare di Stabia: il patrono dei forestieri

Statua di S. Catello custodita nella concattedrale di Castellammare di Stabia

San Catello di Castellammare di Stabia – La città delle acque può vantare di avere come patrono cittadino un Santo celebrato solamente a Castellammare: San Catello.

Annualmente, la festa dedicata al Santo cade il 19 Gennaio, poi ripetuta la seconda domenica di Maggio. (clicca qui per leggere l’articolo sull’evento festivo)

San Catello

Catello fu un vescovo della diocesi di Stabia vissuto intorno al VI-VII secolo d.C., anche se il suo inquadramento in una determinata fascia storica risulta difficili a causa della mancanza di fonti storiche ben accertate.

Ciò che si possiede sono racconti tramandati oralmente o visivamente in quanto la vita del Santo nella cittadina stabiese veniva messa in scena tramite alcune opere teatrali a volte condite da eventi mai accaduti.

Il nome del vescovo compare per la prima volta in un’opera “Vita Sancti Antonini Abatis Surrentini” scritta dal cosiddetto Anonimo Sorrentino; un monaco benedettino di Sorrento. L’anonimo, vissuto nel IX secolo d.C., racconta i fatti legati al vescovo (non ancora Santo) come se fossero già successi da tempo e vengono citati, come inquadramento storico i Longobardi. Un altro dato è che all’epoca dell’Anonimo, l’Oratorio di San Michele (secondo la tradizione qui si raccolsero i santi Catello e Antonio in preghiera) era il secondo per importanza in Italia dopo quello di Gragnano.

Catello sembrerebbe avere nobili origini, ma è tradizione dare nobili natali ad ogni Santo. Il vescovo è considerato il protettore dei forestieri, questo perché durante l’invasione longobarda, la città di Stabia insieme ai villaggi del circondario, a differenza di Napoli non possedevano delle mura di protezione; il vescovo accolse nella città delle acque anche la popolazione delle zone limitrofe per poi portare tutti i rifugiati sul Monte Faito ( prima chiamato con il nome di Gauro o Aureo). Durante questo episodio Catello conosce quello che poi diventerà San Antonio, un monaco Benedettino. Questo episodio può essere datato tra il 568, anno dell’arrivo dei Longobardi, ed il 591 anno in cui i Benedettini arrivano sull’isola di Ischia.

Mentre si trovavano sul Monte Faito si ritirarono in  preghiera in un anfratto poi denominata Grotta di San Catello.

Secondo una delle leggende legate al vescovo, durante la notte in sogno a Catello e ad Antonio,, mentre si trovavano sul Monte, apparve l’Arcangelo Michele che ordinò loro di costruire una struttura in suo nome, i due videro ardere un cero sulla vette del Molare e lì edificarono l’oratorio.

Probabilmente lì sorgeva un tempio pagano dove vi era una pozza d’acqua oggetto di culto, infatti i Benedettini erano soliti costruire su un tempio non cristiano in cima ad un monte.

Catello fu accusato di stregoneria e condotto a Roma, forse da una persona a lui vicina o dai bizantini stessi che non accettavano il fatto che si fosse rifugiato in montagna insieme alla popolazione senza proteggere la città.

Giunto a Roma fu carcerato e venne affidato a un prelato, il vescovo stabiese predisse a costui il pontificato. Questi divenne papa Gregorio Magno e salito al massimo potere della chiesa liberò Catello. Secondo le fonti storiche invece Catello fu chiamato a Roma per discutere sui fatti riguardanti l’invasione longobarda visto che stabia possedeva un ottimo porto e un punto strategico da cui avvistare i nemici, appunto il Monte Faito.

Santuario/Oratorio di San Michele

Infatti, durante questo incontro fu deciso di ricoprire il tetto dell’Oratorio di San Michele da lastre di piombo in modo da essere visto da lontano dai longobardi che provenivano dal mare e fu dedicato a San Michele per una questione strategica. Difatti,  i Longobardi pur essendo pagani, avevano rispetto e timore di San Michele perché ne avevano conosciuto la storia; quindi non avrebbero mai attaccato una città su cui sorgeva un tempio ad esso dedicato.

La tradizione vuole che Catello sia morto il 19 Gennaio, in realtà non si conosce la data esatta della sua morte né il luogo dove furono sepolte le sue spoglie. Si suppone che il corpo sia stato sepolto sul Monte Faito, luogo caro al vescovo o presso lo scoglio di Rovigliano oppure nella grotta di San Biagio; altri ipotizzano che fu inumato in uno dei tanti sepolcri stabiesi. Nel primo luogo non è stato trovata nessuna evidenza archeologica ricollegabile al Santo, il secondo non è stato opportunamente indagato.

Il Culto di San Catello

Catello divenne Santo tra la fine del VI e il VII secolo, confermato poi dalla Congregazione dei riti il 13 settembre 1729.

Il culto di San Catello in Italia è venerato solo a Castellammare di Stabia, e fuori dalla Nazione nella chiesa di San Michele a New York.

La tradizione vuole che un cranio, recante sulla fronte un’incisione del nome del santo in lingua longobarda, fu custodito all’interno della chiesa di Gesù e Maria, a Castellammare di Stabia; ma se ne sono perse le tracce.

Si racconta che dalla reliquia perduta del cranio venisse raccolto un liquido profumato, chiamata manna di san Catello. Questa manna, nel 1623 salvò il convento dei Gesuiti da un’alluvione e aiutò molti ammalati.

Svariati episodi vengono narrati sui miracoli avvenuti grazie al Santo, soprattutto quello legate all’eruzione del Vesuvio o alla protezione della città da diverse alluvioni.

La figura del vescovo è così radicata nella popolazione che l’effige del Santo, insieme ad altri santi, viene posta sulla prua di ogni nave che viene varata nel cantiere navale di Castellammare di Stabia.

Montella: La sagra della Castagna IGP

0

Montella Piazza BartoliA Montella, comune della provincia di Avellino, ogni anno viene celebrata la sagra della castagna; prodotto ortofrutticolo a cui è stato assegnato la sigla IGP.

Nei primi giorni di Novembre ogni anno la cittadina di oltre 7000 abitanti si prepara ad accogliere una moltitudine di turisti giunti nella zona della “storica Irpinia” per partecipare alla “Sagra della Castagna di Montella IGP” giunta alla 37ª edizione.

La prima festività fu infatti organizzata nel 1977, mano a mano divenne sempre più grande fino ad ospitare ben 190 stand ( con espositori di castagne e prodotti tipici dell’Irpinia, quali: tartufo, formaggi, crepes alle castagne, dolci, etc.).

Durante la sagra, l’ospite viene allietato da eventi musicali, da visite per le vie cittadine di Montella e delle sue meravigliose attrazioni architettoniche.

La festività dedicata alla castagna locale si protrae per tre giorni, di solito dura quindi dal venerdì alla domenica con un programma molto fitto di eventi che intrattengono il pubblico.

Montella e la castagna: Cenni Storici

“ […] a Montella vi si respira buon’aria e si raccolgono in abbondanza castagne, noci e nocelle […]”

Così scriveva Giustiani nel ‘700 sulla castagna di Montella.

Secondo alcune fonti storiche, la castagna sarebbe arrivata sul territorio dall’Asia Minore tra il VI e V secolo a.C.

Durante il periodo della dominazione longobarda (circa 571) fu emanata la prima legge sulla tutela del frutto che nella regione dell’Irpinia, grazie alle favorevoli condizioni climatiche, cresceva rigoglioso.

Il frutto nel 1987 ha ricevuto la Denominazione di Origine Controllata (DOC) e nel 1992 la Commissione UE ha attribuito alla Castagna di Montella il riconoscimento di Indicazione geografica protetta (IGP).

Fu così tutelata l’area d’origine del prodotto ortofrutticolo e la sua stessa produzione.

Nella cittadina di Montella è stato istituito un Museo dedicato proprio al frutto che ha reso il paesino famoso in tutta Italia e oltre. Il “MUSEO DELLA CASTANICOLTURA”  (Via Torre, 20, 83048 Montella AV ) è costituito da una collezione di varie famiglie, nato dalla necessità preservare gli oggetti ed il patrimonio culturale collegato alla raccolta, lavorazione e conservazione della castagna.

La collezione etnografica del museo raccoglie gli attrezzi collegate alle varie fasi della lavorazione del castagno contando oggetti  risalenti dalla metà del Settecento alla metà del Novecento.

Un modo ricreativo e suggestivo per arrivare a Montella è quello di viaggiare con il treno Irpinia Express, la locomotiva storica che viaggia alla scoperta delle magnificenze enogastronomiche dell’Irpinia.

Video della 36ª edizione:

https://www.facebook.com/1534416246775174/videos/2124296150936842/

Per ulteriori informazioni contatta la pagina facebook della sagra